“Shithole countries”? È quello che li costringiamo ad essere

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha di recente definito Haiti e diversi Paesi africani, shithole countries.

Il 45° Potus ancora una volta, mostra la sua dote migliore: la sincerità di dire quello che tutti gli altri politici delle economie occidentali pensano nel profondo ma non hanno il coraggio di dire. Perché è da secoli che facciamo in modo che quei Paesi restino, con la forza, dei posti di merda.

Siamo nel 1791, ad Haiti, chiamata dai francesi Saint-Domingue. Qui crescono manghi selvaggi e banani, e le montagne, verdi di palme, scendono verso mari blu. Un luogo paradisiaco scoperto da Colombo dove gli spagnoli hanno sterminato tutti i nativi. Da qualche decina di anni, grazie agli schiavi importati dall’ Africa, Haiti è diventata il più ricco e produttivo possedimento francese d’ Oltremare e le cose, salvo che per i noir, vanno per il meglio: le piantagioni della Colonia producono una fortuna in zucchero e caffè, i latifondisti francesi, i grand blanc, vivono in un lusso quasi parigino.
Accanto a loro ci sono numerosi petit blanc, artigiani, avventurieri, fuorilegge: in genere scontenti e invidiosi. In tutto 39.000 bianchi a fronte di 452.000 schiavi neri che muoiono come mosche ma vengono prontamente rimpiazzati con 20.000 nuovi arrivi all’ anno. I mulatti, alcuni liberi altri no, sono 27.000: nati da piantatori e donne nere vengono ufficialmente classificati secondo 64 gradazioni di colore.
Situazione esplosiva se esposta agli echi e alle leggi libertarie della Rivoluzione francese: quella del 15 maggio del 1791, con la quale l’Assemblea Nazionale di Parigi garantisce diritti politici ai mulatti nati da genitori liberi. La portata simbolica della delibera scuote coloni e schiavi: i primi temono che ci si avvii all’ abolizione della schiavitù, gli altri lo sperano e, visto che niente cambia, si ribellano, molti machete e pochi fucili in mano. Dentro, la forza dei riti voodoo. Il fronte bianco si divide tra realisti e giacobini, tra ponpon blanc e ponpon rouge.

I creoli vogliono l’applicazione dell’editto: la mattanza ha inizio.

Nei primi due mesi vengono trucidati oltre 2.000 bianchi e 10.000 schiavi. I morti, bruciati, impalati, decapitati, scuoiati, si moltiplicheranno fino al 1805, quando l’imperatore nero di Haiti, Dessalines, ordinerà il massacro di tutti i bianchi e Haiti vivrà una contrastata e tormentosa indipendenza.

La storia di Haiti contiene tutte le componenti che hanno dato vita alla civiltà occidentale così come la conosciamo oggi. Haiti è stato il primo insediamento di Colombo. Lo sterminio europeo dei nativi d’America è cominciato qui e fu Las Casas, il missionario spagnolo del Cinquecento che denunciò la brutalità degli spagnoli verso gli indios dei Caraibi a farsi venire l’idea della schiavitù degli africani nella speranza di alleviare le sofferenze dei nativi.

Così Haiti è stato il primo punto di incontro di tre mondi e la sua rivoluzione è la terza delle rivoluzioni che hanno creato la società moderna: americana, francese, e infine, seppure molto meno nota, haitiana. Meno nota ma più importante, perché fu l’unica a estendere l’ideale dell’uguaglianza dei diritti – alla vita, alla libertà, al raggiungimento della felicità e di un’esistenza dignitosa – anche ai non bianchi.

Le conseguenze di questa piccola “svista” le viviamo ancora oggi.

La rivoluzione di Haiti fu una guerra di sterminio: neri, bianchi e mulatti, ogni “razza” voleva eliminare le altre due con una evidente volontà di genocidio. La grande questione della Rivoluzione di Haiti era anche sul concetto di chi potesse essere giudicato un essere umano. Gli europei sostenevano che gli africani non lo fossero, e che fossero invece un incrocio tra l’uomo e la scimmia. Una teoria che metteva in salvo la schiavitù. Anche i mulatti non erano del tutto umani – il nome “mulatre” deriva del resto dalla parola francese che vuol dire mulo. Il dottor Herbert è in un certo senso una incarnazione dell’Illuminismo. Il tema “chi è umano e chi no” emerge con una violenza furiosa. Se gli europei tendevano a vedere gli africani come subumani vicini all’animale, gli africani, in quella situazione, vedevano i bianchi come mostri potenti, demoni, inumani.

La rivolta degli schiavi, che aveva raggiunto vaste proporzioni nel 1791, spaventò e sorprese sia l’Europa, sia gli Stati Uniti, che aveva appena dichiarato l’indipendenza. Quindi l’Inghilterra invase Haiti nel 1793; la sua conquista avrebbe assicurato a Londra, come scrisse un alto ufficiale al primo ministro britannico Pitt, “il monopolio dello zucchero, dell’Indaco, del cotone e del caffè“, tutti prodotti di un’isola che “per lungo tempo darà un tale aiuto e forza all’industria inglese da procurare enormi vantaggi ad ogni parte dell’Impero“. Gli Stati Uniti, che avevano floridi commerci con la colonia francese, decisero quindi di mandare a quel governo coloniale 750 mila di dollari in aiuti militari e truppe fresche per schiacciare la rivolta. La Francia, da parte sua, inviò ad Haiti un grosso esercito composto anche da reparti polacchi, olandesi, tedeschi e svizzeri. Il suo comandante ad un certo punto scrisse a Napoleone che per imporre il dominio francese sarebbe stato necessario distruggere l’intera popolazione nera. La sua campagna era fallita, ed Haiti diventò così l’unico esempio storico “di un popolo schiavo che rompe le sue catene e usa la forza militare per sconfiggere duramente una grossa potenza coloniale” (Paul Farmer).

La ribellione di Haiti ebbe profonde conseguenze: aprì al dominio britannico nei Caraibi. Quando Napoleone, abbandonando le sue speranze di un impero nel Nuovo Mondo, vendette il territorio della Louisiana agli Stati Uniti, questi vennero spinti a guardare sempre più verso il West. La vittoria dei ribelli ebbe un prezzo tremendo: gran parte dei raccolti e dei beni agricoli del paese furono cancellati, insieme a circa un terzo della popolazione. Inoltre la loro vittoria provocò orrore nei vicini paesi schiavisti, e questi appoggiarono le pretese francesi di ottenere enormi riparazioni; il diktat, secondo il quale il pagamento dei danni alla Francia sarebbe stata la condizione necessaria per entrare nel mercato mondiale, venne alla fine accettato nel 1825 dall’élite haitiana dominante. Ne risultarono, osserva ancora Farmer, “decenni di dominio francese sulla finanza haitiana, con effetti disastrosi sulla delicata economia della nuova nazione“. In seguito, nel 1833 la Francia riconobbe Haiti, come già aveva fatto la Gran Bretagna. Ma Simon Bolivar, la cui lotta contro il dominio spagnolo era stata appoggiata da Haiti a condizione che liberasse gli schiavi, una volta divenuto presidente della grande Colombia si rifiutò di stabilire rapporti con l’isola caraibica, sostenendo che questa “fomentava il conflitto razziale” – un rifiuto tipico dell’accoglienza riservata ad Haiti da un mondo “monoliticamente razzista“. I governi haitiani vissero per molti anni sotto l’incubo di una nuova riconquista e di un ritorno alla schiavitù, e questa paura fu una delle ragioni alla base delle costose e distruttive invasioni della Repubblica Dominicana alla metà dell’Ottocento.

Gli Usa furono l’ultima grande potenza ad insistere sulla necessità di mantenere un ostracismo nei confronti di Haiti, e la riconobbero solo nel 1862. Con l’inizio della guerra civile americana, la liberazione degli schiavi decisa da Haiti non era più un ostacolo al riconoscimento del nuovo stato; al contrario, il presidente Lincoln ed altri videro nel paese caraibico un posto che avrebbe potuto assorbire i neri indotti a lasciare gli Stati Uniti (la Liberia fu riconosciuta quello stesso anno, in parte per la medesima ragione). I porti haitiani furono così impiegati per operazioni militari dell’Unione contro i ribelli del sud. Negli anni che seguirono, il ruolo strategico di Haiti per il controllo dei Caraibi assunse così sempre maggiore importanza nell’ambito dei piani Usa ed il paese diventò quindi terreno di scontro tra le potenze imperiali. Intanto la sua aristocrazia monopolizzava i commerci, mentre i produttori agricoli delle regioni interne rimanevano sempre più isolati dal mondo esterno.

Tra il 1849 ed il 1913, le navi da guerra Usa entrarono ben ventiquattro volte nelle acque haitiane “per proteggere vite e proprietà americane“. All’indipendenza di Haiti fu dato a malapena “un riconoscimento simbolico“, osserva Hans Schmidt nelle sue opere, ed i diritti della popolazione furono considerati ancora meno. Si tratta di un “popolo inferiore“, incapace “di conservare il livello di civiltà lasciatogli dai francesi o di sviluppare qualsiasi capacità di autogoverno che gli dia il diritto al rispetto e alla fiducia internazionali“, scrisse il vicesegretario di Stato Usa William Phillips, consigliando l’invasione dell’isola e l’instaurazione di un governo militare americano. Progetto che sarebbe stato presto realizzato dal presidente Woodrow Wilson. A questo proposito non è necessario dilungarsi su quale ‘civiltà’ fosse stata lasciata dai francesi al 90% degli haitiani; infatti, come raccontò un ex schiavo, i francesi “appendevano gli uomini con la testa in giù, li affogavano dentro ai sacchi, li crocifiggevano sulle assi, li seppellivano vivi, li schiacciavano nei mortai… li obbligavano a mangiare merda… li abbandonavano vivi ad essere divorati dagli insetti, o sui formicai, li legavano ai pali nelle paludi per farli mangiare dalle zanzare… li gettavano in pentoloni di sciroppo di canna bollente” – quando non li “scorticavano con la frusta“, tutto per poter ricavare da Haiti quelle ricchezze che diedero alla Francia il biglietto d’ingresso nel “club dei ricchi“.
Phillips aveva espresso con chiarezza l’opinione prevalente negli Usa a proposito di Haiti, ma c’era anche chi, come il segretario di Stato William Jennings Bryan, trovò divertente la locale élite al potere: “Dio mio, pensate, negri che parlano francese”. Il colonnello della marina Usa, L. W. T. Waller, giunto nel paese reduce dalle orrende atrocità commesse nella conquista delle Filippine e vero ‘uomo forte’ di Haiti, non li trovava invece affatto divertenti: “Indubbiamente sono dei veri negri e non bisogna confondersi… in fondo in fondo sono sempre tali”, disse, rifiutando ogni negoziato o altri “inchini o discussioni con questi negracci”, in modo particolare con gli haitiani istruiti, per i quali il bruto sanguinario aveva un odio speciale. Il viceministro della Marina, Franklin Delano Roosevelt, malgrado non raggiunse mai il fanatismo razzista e violento del suo lontano parente Theodore Roosevelt, provava sentimenti non dissimili. Ad esempio durante una visita ad Haiti occupata, nel 1917, F. D. Roosevelt annotò divertito sul suo diario quanto confessatogli da un suo compagno di viaggio (destinato a diventare in seguito il più alto funzionario civile dell’amministrazione militare) il quale, affascinato dal ministro dell’Agricoltura haitiano, “non poté fare a meno di pensare che quell’uomo, splendido esemplare da riproduzione, nel 1860 avrebbe fruttato 1.500 dollari all’asta di New Orleans“.

Settanta anni dopo, il fondamentalismo socioeconomico del Fondo Monetario Internazionale cominciò ad avere anche ad Haiti i suoi noti effetti: sotto l’impatto dei programmi di aggiustamento strutturale che portarono al declino della produzione agricola insieme a quello degli investimenti, dei commerci e dei consumi, l’economia entrò in una spirale discendente e la povertà si andò diffondendo sempre più. Quando, nel 1986, Baby Doc Duvalier fu cacciato, il 60% della popolazione aveva, secondo la Banca Mondiale, un reddito annuale pro capite di 60 dollari (nella realtà era forse ancora inferiore), il tasso di malnutrizione e la mortalità infantile erano aumentati vertiginosamente ed il paese era divenuto un disastro ecologico ed umano, forse senza speranza di ripresa. Durante gli anni ’70, migliaia di haitiani cercarono di fuggire dall’isola ormai semidistrutta verso gli Stati Uniti, ma quasi tutti furono costretti a ritornare in patria sotto gli occhi di una distratta opinione pubblica americana, come succede sempre a quei profughi la cui sofferenza non è utile alla propaganda occidentale. Nel 1981, l’amministrazione Reagan chiuse ulteriormente le porte all’immigrazione da Haiti approvando nuove misure per bloccare l’arrivo dei profughi. Tra i più di 24 mila haitiani intercettati dalla Guardia Costiera americana nei dieci anni che seguirono, solo 11 ottennero l’asilo politico, a differenza di quanto avvenne nello stesso periodo di tempo con i 75 mila cubani che, fuggiti dall’isola caraibica, vennero tutti accolti dalle autorità Usa.

L’attuale disperata situazione ad Haiti ha anche delle radici economiche ed è in parte dovuta alla strategia di sviluppo, incentrata sulle industrie di assemblaggio e sulle esportazioni agro-industriali, avviata nel biennio 1981-82 su pressioni della Banca Mondiale e dei programmi di assistenza Usa. Il suo effetto più rilevante fu quello di trasformare la destinazione d’uso del 30% delle terre, che prima producevano generi alimentari per il consumo locale, all’agricoltura da esportazione. A questo proposito gli esperti dell’Usaid pronosticarono allora “un cambiamento storico verso una più profonda interdipendenza commerciale tra gli Stati Uniti” ed Haiti, definita come la futura “Taiwan dei Caraibi“. Una relazione della Banca Mondiale del 1985, dal titolo Haiti: proposte di politiche per lo sviluppo, sviluppò ulteriormente quelle idee, invocando una strategia di sviluppo orientata alle esportazioni, nella quale i consumi interni dovevano essere “severamente limitati per indirizzare una fetta maggiore dell’aumento del P.N.L. verso l’export”. Il governo, consigliò la Banca Mondiale, avrebbe dovuto dare la precedenza alla “espansione delle imprese private“. Le spese per l’istruzione dovevano essere ridotte al minimo e i servizi sociali ancora in piedi avrebbero dovuto essere privatizzati. “Bisogna sostenere iniziative private con alti profitti economici” invece che le spese pubbliche, e “occorre dare meno importanza agli obiettivi sociali che aumentano i consumi” -almeno temporaneamente, finché si manifesterà il famoso effetto trickle down di diffusione spontanea della ricchezza, forse qualche tempo dopo l’arrivo del Messia. In realtà questi non erano consigli, ma precise condizioni poste dagli Usa ad Haiti perché quest’ultima potesse ottenere aiuti economici ed un brillante futuro.

Di tutti i pronostici, uno si avverò: la voluta migrazione della popolazione rurale verso le zone urbane e, in molti casi, verso le fragili imbarcazioni usate nel pericoloso viaggio di 800 miglia verso la Florida, al termine del quale i profughi (quelli sopravvissuti) trovavano ad accoglierli le autorità Usa ed il rimpatrio forzato.

Haiti è rimasta sempre Haiti, non è mai diventata la “Taiwan dei Caraibi“.

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